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LA STORIA DI DRACULA ovvero Vlad III Tepes, principe della Valacchia (testo riprodotto dal sito www.arcobaleno.net/personaggi/index.html) Di Roberta Gallina
Mai personaggio fu tanto discusso e temuto quanto Dracula, vampiro e Signore delle tenebre, dei non viventi. Capace di atrocità
impensabili al fine di bere il sangue dei vivi per poter, a sua volta, sopravvivere: questo è quanto raccontano le leggende, ma Dracula, non è un personaggio leggendario, creato dall'irlandese Bram Stoker, ma un principe
condottiero storicamente esistito. Il suo nome era Vlad detto, in un secondo momento, Tepes
cioè l'impalatore. Il soprannome Dracula deriva dal padre, Vlad II, che apparteneva all'ordine cavalleresco del Drago (fondato nel 1418) e che per la crudeltà delle sue gesta, ispirò alla fantasia popolare la leggenda del vampiro assetato di sangue.
Il principe Vlad II di Valacchia era un voivoda, cioè una sorta di nobile feudatario, il cui principato era stato, svariate volte, invaso dal sultano musulmano Murad II, ma che era riuscito anche, nel caos
politico, religioso e sociale in cui versavano le terre balcaniche nel XV secolo, a conservare una sorta d'indipendenza religiosa: era vassallo sia della Sublime porta (turchi), sia del Sacro Romano Impero (cristiani), cambiando
bandiera secondo l'occasione necessaria alla propria sopravvivenza. Inaffidabile come vassallo, infido come alleato, era però coraggiosissimo ed astuto. L'imperatore d'Ungheria, Sigismondo, comprendendo il pericolo rappresentato
dall'espandersi del movimento eretico ussita (fondato da Jan Hus), fondò, probabilmente nel 1418, un Ordine cavalleresco, detto del Drago, per combattere le eresie e gli infedeli di ogni ceppo. Ciò gli avrebbe assicurato l'appoggio
di tutte le nazioni cristiane e gli avrebbe consentito le forze sufficienti per limitare, se non evitare, l'avanzata dei musulmani nei territori balcanici. Nel 1431 il principe Vlad II ricevette le insegne del Drago, onore
altissimo che, almeno questo era quanto sperava l'imperatore, avrebbe trattenuto l'infido voivoda dall'allearsi un'altra volta con turchi. Con il cavalierato del Drago (draco, in latino), Vlad aggiunse al suo casato il titolo di
Dracul. Anni prima Vlad II aveva sposato la principessa Cneajina, appartenente ad una nobilissima famiglia, da lei aveva avuto tre figli: Mircea, il primogenito su cui riversava tutto il suo affetto e le sue ambizioni, Vlad,
nato a Sighisoara nel 1431, e Radu. Questi ultimi due erano completamente trascurati dal padre e crebbero al seguito della madre, che ebbe cura della loro educazione. Già da bambino Vlad dimostrò un carattere dispotico e sensuale,
frenato dal bigottismo dei monaci ortodossi ai quali era affidata la sua educazione, affiancati però da alcuni preti cattolici, voluti dal padre per compiacere l'imperatore Sigismondo, cattolico tedesco. A tal fine proteggeva anche
le comunità di mercanti tedeschi, numerose in Transilvania ed in Valacchia. Mentre la fama del valore guerriero di Mircea continuava a crescere, i territori Balcani erano invasi dal terrore dell'avanzata della Mezzaluna: il Papa
implorava l'unità delle forze cristiane, ma già il Sultano aveva posto l'assedio a Costantinopoli. Molti erano, comunque, i voivoda
che preferivano passare al vincitore per salvare i propri possedimenti e la propria vita. Dato che Murad II era molto generoso con i suoi alleati, anche Vlad II si decise a tal senso: era pressato dal cugino Bogdan e con la morte dell'imperatore Sigismondo gli veniva a mancare un punto d'appoggio; con il suo aiuto i Turchi riuscirono ad entrare in Valacchia giungendo fino in Transilvania. Per tacitare i legittimi sospetti del Sultano sulla sua fedeltà, il voivoda gli consegnò in ostaggio i propri figli: non il prediletto Mircea, bensì i due minori, dei quali non avrebbe sofferto granché l'eventuale perdita. Dalla tranquillità del castello paterno, nel 1440 circa, i due giovanissimi principi ebbero quasi subito il battesimo del fuoco: appena entrarono in territorio musulmano gli emissari del sultano massacrarono la loro scorta, li presero in personale consegna e li condussero nella reggia di Gallipoli, sulla riva dei Dardanelli.
Crebbero nell' opulenza del fasto orientale, plasmandosi sulla diplomazia ottomana, affinandosi nell'arte del raggiro e della simulazione, conoscendo le sempre nuove tecniche di tortura inflitte ai nemici di Murad.
Fecero numerose amicizie nella corte, entrando negli harem, apprendendone i raffinatissimi piaceri. Fu in questo periodo che Radu fu soprannominato il Bello: tale era la sua avvenenza che perfino il sultano ne rimase ammaliato e lo
volle nel suo harem maschile. Tuttavia, anche in quest'esilio dorato, la loro vita era in costante pericolo: tutto dipendeva dalla condotta del padre che, in quel momento si era rischiarato con la cristianità partecipando, con
l'inseparabile primogenito, alla crociata indetta dal papa Eugenio IV, che si concluse con il disastro, per i cristiani, di Varna (1444). Tre anni dopo, nel dicembre 1447, Vlad II e Mircea caddero in un'imboscata, durante una delle
loro scorribande in Transilvania: Vlad fu ucciso, Mircea fu sepolto vivo dopo essere stato accecato con ferri roventi. Il legittimo erede al trono valacco era il diciassettenne Vlad III. Il giovane fuggì dalla corte turca, forse
con l'aiuto di Maometto II, figlio primogenito del sultano e suo grande amico, lasciando Radu, ormai completamente assuefatto alle usanze musulmane, o forse perché, pensava, che, un giorno, un parente alla corte gli avrebbe potuto
far comodo. Giunto nella reggia paterna di Tirgoviste la trovò occupata un usurpatore: senza scomporsi, Vlad III si rifugiò in Moldavia, alla corte dello zio paterno Bogdan, e strinse amicizia con il cugino Stefano, anzi, a
vicenda si giurarono che un domani, chi avesse avuto il potere per primo, avrebbe aiutato l'altro per ottenere il proprio. Negli anni che seguirono Vlad praticò il suo tirocinio nell'arte della guerra, partecipando alle crociate
nei Balcani ed alle guerriglie contro i Turchi, fino al 1454, anno in cui rientrò in possesso dei domini paterni. Ora poteva concedersi le vendette che sognava da anni: annientare tutti coloro che non lo avevano riconosciuto erede
legittimo e lo avevano costretto alla fuga sette anni prima. I massacri compiuti da Dracula e l'atrocità delle sue torture, soprattutto l'impalatura, compaiono nei resoconti storici russi, tedeschi ed ungheresi. Era solito
organizzare fastosi banchetti a cui invitava coloro dei quali desiderava sbarazzarsi, poi faceva allestire una vera e propria foresta di pali acuminati e, dall'alto della torre, detta di Chindia, contemplava a suo agio il martirio
dei nemici. Vanitoso e crudele Vlad III amava le lodi, ma s'infuriava se il complimento scadeva in adulazione, apprezzava l'umorismo, l'intelligenza e la prontezza di spirito, qualità che salvarono un ambasciatore polacco, ma
detestava la stoltezza. Fece giustiziare, sempre col metodo del palo, gli emissari del suo ex amico Maometto II, pregandolo poi di non inviargli più gente così stupida. Mosso da uno stranissimo, tortuoso e discutibile senso di
giustizia, apprezzava moltissimo l'onestà, qualità di cui era dotato, ma che esprimeva a modo suo. Per questo tenne fede alla promessa fatta al cugino Stefano otto anni prima: dopo aver armato un esercito i due cugini invasero la
Moldavia, uccisero l'usurpatore Aron e Stefano salì sul trono. Il regno di Vlad III è descritto dalle fonti come un lungo periodo sanguinoso, addirittura si parla di una coincidenza assai curiosa: la notte di S. Bartolomeo del 24
agosto 1460, Dracula fece trucidare più di trentamila persone, nella stessa tragica notte a Parigi fu compita la "strage degli ugonotti", quando per ordine del re Carlo IX furono massacrati migliaia di protestanti! Inoltre lo
stesso Vlad in persona teneva la contabilità dei massacri: con l'agghiacciante precisione tipica del suo carattere, faceva scrivere il numero preciso delle sue vittime e quali supplizi erano stati loro inflitti. La
fama di crudeltà di questo principe era pari al suo coraggio e alla sua astuzia: realisticamente conscio del pericolo rappresentato dall'avanzata ottomana, capeggiata dal sultano Maometto II suo ex amico, accolse l'appello lanciato
da papa Pio II, ma fu l'unico a schierarsi contro l'Islam: in un giorno d'estate del 1462 ci fu lo scontro tra i due eserciti. Il piano di Vlad II era di attirare i turchi all'interno del territorio, fino alle foreste dei Carpazi,
territori a lui congeniali. Nella sua finta ritirata bruciò tutti i villaggi e le riserve alimentari, avvelenò pozzi e corsi d'acqua gettandovi le carogne degli animali, e non solo, uccisi, fece, insomma, tabula rasa
dietro di sé. Giunse fino a Tirgoviste e, approfittando di un momento di debolezza dell'esercito nemico, penetrò nel loro accampamento con il piano di uccidere proprio il sultano. Il piano fallì perché non era stata calcolata l'abilità dei giannizzeri, guerrieri scelti. Tuttavia questo bastò per conferire a Vlad la fama di temerario, di coraggioso principe e del più gran difensore della cristianità. Ma la sua crudeltà aveva fatto sì che gli altri voivoda sostenessero il candidato che il Sultano proponeva: altri non era che Radu, suo fratello cadetto. Narra una leggenda che, in questo clima di terrore, la moglie di Vlad, di cui era innamoratissimo, si gettò nel fiume Arges per non cadere in mano ai turchi; da questo episodio la crudeltà di Dracula, se pur possibile, aumentò ancora di più.
Vista la mala parata, a Vlad restava un'unica possibilità: l'aiuto del cugino Stefano IV, che cercò di approfittare della situazione ingrandendo i suoi possessi in Moldavia. Ma caso volle che i turchi avessero la
stessa idea: in uno scontro Stefano ebbe la peggio, in Valacchia fu insediato Radu, mentre Vlad era costretto alla latitanza sui monti. Perfino il re d'Ungheria, Mattia Corvino, costretto ad un segreto patto di non aggressione con
la mezzaluna, si schierò contro Vlad che nel Natale 1462 fu condotto in catene a Buda. Per dodici anni, dal 1462 al 1474, restò prigioniero, ma fu una prigionia dorata, confacente al suo rango: visse in una sontuosa villa vicino
Pest, donatagli dal re, sulle rive del Danubio, sposò Ilona Szilagy, figlia di un barone e nelle cui vene scorreva sangue reale; da lei ebbe due figli e si riconvertì alla religione ortodossa della sua infanzia. Bisogna dire che
Vlad era un prigioniero prezioso: sebbene la fama delle sue gesta destasse raccapriccio, restava sempre il grande guerriero che aveva difeso la Croce dal pericolo della Mezzaluna, il Papa in persona aveva a cuore la sua sorte!
Sisto IV, infatti, indisse l'ennesima crociata, a capo della quale servivano guerrieri esperti, coraggiosi e privi di scrupoli, furono scelti Vlad III ed il serbo Vuk Brankovic. Stefano IV, conoscendo l'indole vendicativa del
cugino e cercando di riparare il suo tradimento di qualche anno prima, s'affrettò a detronizzare Radu per preparare il posto a Vlad: i tre strinsero un patto d'alleanza. Nel 1476 Vlad III poté riavere i suoi titoli ed i suoi
possessi. Nell'ennesimo scontro contro i turchi, durante l'estate del 1476, Vlad III cadde in battaglia, pare, anzi, che fosse colpito dai suoi stessi soldati che l'avevano scambiato per un turco, poiché indossava un copricapo
simile a quello che portavano gli infedeli. Rimane un mistero sulla sorte delle spoglie mortali del sanguinario principe: forse confuso e perso con gli altri cadaveri? Forse smembrato dai nemici? Una leggenda dice che la su testa
fu spiccata dal corpo e poi esposta ad Istanbul. E', storicamente, più attendibile la versione che il corpo di Vlad sia stato sepolto, con gli onori attribuiti ad un voivoda, nel monastero che sorge sull'isola del lago di Snagov.
Nel secolo scorso furono condotte alcune indagini in questo luogo, dall'aspetto alquanto sinistro: in una tomba furono rinvenute ossa umane con resti di tessuto color rosso e bottoni d'argento, che hanno fatto ricordare il
ritratto di Vlad III conservato nel castello di Ambras. C'erano anche alcuni emblemi, che indicavano le ossa come appartenenti ad un uomo di alto lignaggio, ma, corrosi dal tempo, non permisero alcuna identificazione. Fatto strano
è che questi emblemi scomparvero dal Museo di Bucarest alcuni anni or sono, ma "c'è chi dice" di aver visto, tra questi, un anello con inciso sul turchese l'emblema del Drago. Fantasia o realtà? Prova inconfutabile o semplice
indizio? Tutte queste stranezze hanno contribuito non poco a rinfocolare, nelle fantasie, il mito del Vampiro: la mancanza di un sepolcro di riferimento coincide con la leggenda della non – morte del vampiro, il cui
corpo, privo della pace eterna dell'anima, è condannato, nelle ombre delle tenebre notturne, ad errare, non vivo, tra i vivi, da cui suggerebbe il sangue necessario alla sua non – esistenza. |