LA NOVELLA DEL BOCCACCIO TRA SIENA E CORSIGNANO

 

Si tratta della novella del Decamerone in cui Cecco Angiullieri viene raggirato dall'amico Cecco di Fortarrigo, durante il suo viaggio da Siena verso Corsignano (il borgo che cambierà il suo nome in Pienza). Nato nel 1313 Boccaccio è ritenuto uno dei  precursore dell'Umanesimo, corrente letteraria e di pensiero che fu alla base del Rinascimento. Da qui il doppio legame con Pienza (Corsignano) e Pio II, che fu uno dei principali sostenitore e attuatori del pensiero umanista. 

Il Decameron rappresenta il primo e più grande capolavoro in prosa della tradizione letteraria italiana antica, e si distingue per la ricchezza e la varietà degli episodi (che alternano toni solenni e umorismo popolare), per la duttilità della lingua e la sapiente analisi dell'animo umano. Boccaccio usa una prosa ricca di termini anche aulici e sofisticati che però si dimostra però particolarmente duttile, visto che riesce con grande efficacia a rappresentare scene tragiche ed episodi comici, eventi nobili e beffe plebee.
Alla base dei racconti c'è l'acuta osservazione della realtà contemporanea. Il Decameron presenta una nuova idea dell'uomo, non più indirizzato esclusivamente dalla grazia divina ma inteso come artefice del proprio destino, un'idea che anticipa la concezione antropocentrica (l'uomo considerato al centro dell'universo) che sarà elaborata dagli umanisti del Quattrocento. Anche per questo aspetto ideologico il libro segna un punto di svolta rispetto alle tradizioni letterarie consolidate nel Medioevo.

Decameron.  Nona Giornata.  Novella Quarta

Cecco di messer Fortarrigo giuoca a Buonconvento ogni sua cosa e i denari di Cecco di messer Angiulieri, e in camicia correndogli dietro e dicendo che rubato l'avea, il fa pigliare a'villani e i panni di lui si veste e monta sopra il pallafreno, e lui, venendosene, lascia in camicia.

Con grandissime risa di tutta la brigata erano state ascoltate le parole da Calandrino dette della sua moglie ma, tacendosi Filostrato, Neifile, sì come la reina volle, incominciò  Valorose donne, se egli non fosse più malagevole agli uomini il mostrare altrui il senno e la virtù loro, che sia la sciocchezza e 'l vizio, invano si faticherebber molti in porre freno alle lor parole; e questo v'ha assai manifestato la stoltizia di Calandrino, al quale di niuna necessità era, a voler guarire del male che la sua simplicità gli faceva accredere, che egli avesse i segreti diletti della sua donna in pubblico a dimostrare. La qual cosa una a sè contraria nella mente me n'ha recata, cioè come la malizia d'uno il senno soperchiasse d'un altro, con grave danno e scorno del soperchiato; il che mi piace di raccontarvi.

             Erano, non sono molti anni passati, in Siena due già per età compiuti uomini, ciascuno chiamato Cecco, ma l'uno di messer Angiulieri, e l'altro di messer Fortarrigo. Li quali quantunque in molte altre cose male insieme di costumi si convenissero, in uno, cioè che amenduni li lor padri odiavano, tanto si convenivano, che amici n'erano divenuti e spesso n'usavano insieme.
            Ma parendo all'Angiulieri, il quale e bello e costumato uomo era, mal dimorare in Siena della provesione che dal padre donata gli era, sentendo nella Marca d'Ancona esser per legato del papa venuto un cardinale che molto suo signore era, si dispose a volersene andare a lui, credendone la sua condizion migliorare. E fatto questo al padre sentire, con lui ordinò d'avere ad una ora ciò che in sei mesi gli dovesse dare, acciò che vestir si potesse e fornir di cavalcatura e andare orrevole.
            E cercando d'alcuno, il qual seco menar potesse al suo servigio, venne questa cosa sentita al Fortarrigo, il qual di presente fu all'Angiulieri, e cominciò, come il meglio seppe, a pregarlo che seco il dovesse menare, e che egli voleva essere e fante e famiglio e ogni cosa, e senza alcun salario sopra le spese. Al quale l'Angiulieri rispose che menar nol voleva, non perchè egli nol conoscesse bene ad ogni servigio sufficiente, ma per ciò che egli giucava e oltre a ciò s'innebbriava alcuna volta. A che il Fortarrigo rispose che dell'uno e dell'altro senza dubbio si guarderebbe, e con molti sacramenti gliele affermò, tanti prieghi sopraggiugnendo, che l'Angiulieri, sì come vinto, disse che era contento.
            Ed entrati una mattina in cammino amenduni, a desinar n'andarono a Buonconvento. Dove avendo l'Angiulier desinato, ed essendo il caldo grande, fatto acconciare un letto nello albergo e spogliatosi, dal Fortarrigo aiutato s'andò a dormire, e dissegli che come nona sonasse il chiamasse.
            Il Fortarrigo, dormendo l'Angiulieri, se n'andò in su la taverna, e quivi, alquanto avendo bevuto, cominciò con alcuni a giucare, li quali, in poca d'ora alcuni denari che egli avea avendogli vinti, similmente quanti panni egli aveva in dosso gli vinsero; onde egli, disideroso di riscuotersi, così in camicia come era, se n'andò là dove dormiva l'Angiulieri, e vedendol dormir forte, di borsa gli trasse quanti denari egli avea, e al giuoco tornatosi, così gli perdè come gli altri.

Giovanni Boccaccio
(Firenze 1313 - Certaldo, Firenze 1375), narratore e poeta italiano, uno dei massimi letterati di tutti i tempi, anticipatore delle tendenze umanistiche del Quattrocento. Figlio illegittimo di un mercante fiorentino, Boccaccio fu allevato a Firenze. Nel 1327 si recò a Napoli con il padre, socio della compagnia dei Bardi, per compiervi gli studi mercantili e fare pratica bancaria. A Napoli subì il fascino della letteratura cortese e cavalleresca francese, ma si dedicò anche alla cultura latina e all'erudizione storica, mitologica e letteraria. Richiamato dal padre a Firenze intorno al 1340, negli ultimi anni della sua vita, Boccaccio si dedicò alla meditazione religiosa.


In alto a sinistra:
Andrea del Castagno: Giovanni Boccaccio

Qui ritratto in un celebre dipinto di Andrea del Castagno conservato agli Uffizi di Firenze, Giovanni Boccaccio, poeta e narratore, è uno dei massimi letterati di tutti i tempi e uno dei maggiori esponenti dell'Umanesimo. Il suo capolavoro, la raccolta di novelle del Decameron, è la prima e più grande opera in prosa della tradizione letteraria italiana. Importante per ricchezza di contenuto, duttilità della lingua e sapiente analisi dell'animo umano, l'opera introduce una nuova e moderna concezione dell'uomo, ora inteso come artefice del proprio destino.


L'Angiulieri, destatosi, si levò e vestissi e domandò del Fortarrigo, il quale non trovandosi, avvisò l'Angiulieri lui in alcuno luogo ebbro dormirsi, sì come altra volta era usato di fare. Per che, diliberatosi di lasciarlo stare, fatta mettere la sella e la valigia ad un suo pallafreno, avvisando di fornirsi d'altro famigliare a Corsignano, volendo, per andarsene, l'oste pagare, non si trovò danaio; di che il rumore fu grande e tutta la casa dell'oste fu in turbazione, dicendo l'Angiulieri che egli là entro era stato rubato e minac- ciando egli di farnegli tutti presi andare a Siena. Ed ecco venire in camicia il Fortarrigo, il quale per torre i panni, come fatto aveva i denari, veniva. E veggendo l'Angiulieri in concio di cavalcar, disse: - Che è questo, Angiulieri? Vogliancene noi andare ancora? Deh aspettati un poco: egli dee venire qui testeso uno che ha pegno il mio farsetto per trentotto soldi; son certo, che egli cel renderà per trentacinque, pagandolo testè.   E duranti ancora le parole, sopravvenne uno il quale fece certo l'Angiulieri il Fortarrigo es- sere stato colui che i suoi denar gli aveva tolti, col mostrargli la quantità di quegli che egli aveva perduti. Per la qual cosa l'Angiulier turbatissimo disse al Fortarrigo una gran- dissima villania, e se più d'altrui che di Dio temuto non avesse, gliele avrebbe fatta; e, minacciandolo di farlo impiccar per la gola o fargli dar bando delle forche di Siena, montò a cavallo.
            Il Fortarrigo, non come se l'Angiulieri a lui, ma ad un altro dicesse, diceva:  - Deh! Angiulieri, in buona ora lasciamo stare ora coteste parole che non montan cavelle; intendiamo a questo; noi il riavrem per trentacinque soldi, ricogliendol testè, chè, indu- giandosi pure di qui a domane, non ne vorrà meno di trentotto come egli me ne prestò e fammene questo piacere, perchè io gli misi a suo senno. Deh! perchè non ci miglio- riam noi questi tre soldi?
            L'Angiulieri, udendol così parlare, si disperava, e massimamente veggendosi guatare a quegli che v'eran dintorno, li quali parea che credessono non che il Fortarrigo i denari dello Angiulieri avesse giucati, ma che l'Angiulieri ancora avesse dei suoi, e dicevagli:
            Che ho io a fare di tuo farsetto? Che appiccato sia tu per la gola, che non solamente m'hai rubato e giucato il mio, ma sopra ciò hai impedita la mia andata, e anche ti fai beffe di me.
            Il Fortarrigo stava pur fermo come se a lui non dicesse, e diceva: - Deh, perchè non mi vuo' tu migliorar que'tre soldi? Non credi tu che io te li possa ancor servire? Deh, fallo, se ti cal di me: per che hai tu questa fretta? Noi giugnerem bene ancora stasera a Torrenieri. Fa truova la borsa: sappi che io potrei cercar tutta Siena, e non ve ne troverre' uno che così mi stesse ben come questo; e a dire che io il lasciassi a costui per trentotto soldi! Egli vale ancor quaranta o più, sì che tu mi piggiorresti in due modi.
            L'Angiulier, di gravissimo dolor punto, veggendosi rubare da costui e ora tenersi a parole, senza più rispondergli, voltata la testa del pallafreno, prese il cammin verso Torrenieri. Al quale il Fortarrigo, in una sottil malizia entrato,   così in camicia cominciò a trottar dietro; ed essendo già ben due miglia andato pur del farsetto pregando, andandone l'Angiulieri forte per levarsi quella seccaggine dagli orecchi, venner veduti al Fortarrigo lavoratori in un campo vicino alla strada dinanzi all'Angiulieri, ai quali il Fortarrigo, gridando forte, incominciò a dire: Pigliatel, pigliatelo.
           Per che essi chi con vanga e chi con marra nella strada paratisi dinanzi all'Angiulieri, avvisandosi che rubato avesse colui che in camincia dietro gli venia gridando, il ritennero e presono. Al quale per dir loro chi egli fosse e come il fatto stesse, poco giovava.
           Ma il Fortarrigo, giunto là, con un mal viso disse: - Io non so come io non t'uccido, ladro disleale, che ti fuggivi col mio. - E a' villani rivolto disse: - Vedete, signori, come egli m'aveva, nascostamente partendosi, avendo prima ogni sua cosa giucata, lasciato nello albergo in arnese! Ben posso dire che per Dio e per voi io abbia questo cotanto racquistato, di che io sempre vi sarò tenuto.
            L'Angiulieri diceva egli altressì, ma le sue parole non erano ascoltate. Il Fortarrigo con l'aiuto de' villani il mise in terra del pallafreno, e spogliatolo, de' suoi panni si rivestì, e a caval montato, lasciato l'Angiulieri in camicia e scalzo, a Siena se ne tornò, per tutto dicendo se il pallafreno e' panni aver vinto all'Angiulieri.
            L'Angiulieri, che ricco si credeva andare al cardinal nella Marca, povero e in camicia si tornò a Buonconvento, nè per vergogna a que' tempi ardì di tornare a Siena, ma statigli panni prestati, in sul ronzino che cavalcava il Fortarrigo se n'andò a' suoi parenti a
Corsignano, co' quali si stette tanto che da capo dal padre fu sovvenuto.  E così la malizia del Fortarrigo turbò il buono avviso dello Angiulieri, quantunque da lui non fosse a luogo e a tempo lasciata impunita.


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