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Perché "Cacio di Pienza" Pienza nei secoli
passati oltre ad essere conosciuta e visitata per ragioni legate alla sua vicenda storico - architettonica singolarissima, a livello locale costituiva un centro di grande importanza per una parte notevole del territorio
a sud di Siena. Antica sede vescovile, centro scolastico importante con il suo seminario e il Conservatorio S.Carlo Borromeo, sede di amministrazione della giustizia in una circoscrizione giudiziaria che nei secoli
passati giungeva fino ad Asciano e comprendeva buona parte del territorio di Trequanda oltre alla Val d'Orcia, la città di Pio II era anche un luogo prescelto dagli operatori economici agricoli del passato per
l'allestimento periodico di grandi fiere. Già agli inizi dell'ottocento si trova documentato presso il Catasto Leopoldino (Catasto Generale Lorenese, Filsa 888, ins. 169) l'importanza di questo centro e le sue
istituzioni con le attività economiche presenti. Fra queste attività citate occorre ricordare la grande Fiera del 21 settembre, che durava alcuni giorni nella quale una parte importante era dedicata al commercio del
"cacio". Oggi questa Fiera esiste ancora , ma la parte casearia si organizza la prima domenica di settembre col nome di Fiera del Cacio, é regolamentata dal Comune ed organizzata dalla Pro Loco insieme a caseifici di
zona e commercianti. Questa premessa é utile per affermare che Pienza é divenuta famosa nei secoli per il "suo" cacio, prima di tutto perché nell'ambito cittadino si provvedeva tradizionalmente a concentrare il
prodotto fornito da produttori residenti in un territorio compreso fra le cosiddette "crete senesi e la Val d'Orcia", i cui abitanti facevano capo a questo centro per ragioni non solo di carattere economico, ma
anche di altro tipo come accennato in precedenza. Per "cacio di Pienza" é stato quindi sempre inteso tutto quel formaggio pecorino prodotto nelle crete del territorio citato che a Pienza trovava grande
commercializzazione oltre a esperti stagionatori. |
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Antichi documenti La
testimonianza più antica della presenza di comunità di pastori in Val d'Orcia é legata ai reperti archeologici venuti alla luce durate i 25 anni di scavi in un sito denominato Cava Barbieri, presso Pienza,
condotto dalla Dott.ssa Gabriella Calvi Rezia per conto della Sovrintendenza Archeologica Toscana, i quali testimoniano inequivocabilmente come già in età neolitica superiore e in età del bronzo
l'attività principale degli abitanti della zona fosse la pastorizia. Gli arnesi da lavoro rinvenuti, gli utensili, le ossa di animali domestici, le fosse di palizzate narrano di una
fiorente attività pastorale condotta fra i 3000 e gli 8000 anni fa. Bollitori preistorici per latte sono venuti alla luce a S. Antimo. Ma già Plinio nella sua opera principale aveva narrato delle
attività che gli Etruschi esercitavano fra Chiusi e l'Amiata (Mons Tunia) indicando nella pastorizia una risorsa fondamentale. Nel '400 interessante è l'annotazione di Enea Silvio Piccolomini fatta nei suoi
"Commentarii" a proposito del "cacio" trovato a "Chiusure", nella parte sud delle crete senesi, definito dal Pontefice pientino particolarmente delicato e buono. Non è casuale il fatto che la Val d'Orcia,
trovandosi in posizione intermedia fra il Pratomagno e la Maremma, fosse scelta dai movimenti di transumanza quale percorso privilegiato fino al periodo anteriore alla seconda guerra mondiale.
Nelle strade della Val d'Orcia transitavano e trovavano provvisorio pascolo greggi sterminate che in età medioevale (dopo il Mille) erano di proprietà dei Templari e degli Ospedalieri. I documenti ci
raccontano che gli Aldobrandeschi, feudatari dell'Alta Maremma e dell'Amiata ricavavano dai pedaggi pagati dai pastori transumanti gran parte delle loro entrate. I1 formaggio era spesso la moneta con cui si
pagava il dazio. Per secoli grandi greggi di passaggio (i vecchi li ricordano ancora) pernottavano sotto le mura pientine. |
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Negli statuti di Monticchiello (Comune di Pienza) del 1442 si trova regolamentato il possesso e la dimensione del gregge, che deve essere, si
prescrive, proporzionale alla vastità del fondo (Cap. XXXV) stabilendo inoltre una gabella per i possessori di pecore e capre (Cap. LXXIII).Ciò dimostra che la pastorizia era già allora una fonte di reddito cospicua da
assoggettare a tassa.Il "cacio" nell'età moderna Del territorio della Val d'Orcia e delle crete si interesso nel settecento E.Repetti, geografo granducale; nel suo
Dizionario Storico Geografico della Toscana non manca di annotare l'importanza della pastorizia e dei suoi prodotti nelle zone nominate. E' del 1813 un documento conservato nell'Archivio storico di Trequanda,
comune cui appartiene una buona parte del bacino idrografico valdorciano e una buona parte di "crete" a sud di Asciano, intitolato Stato del prodotto in Latte, Butirro e Formaggio durante l'anno 1813, nel quale si
afferma che nell'epoca in tutta la zona interessata il latte di pecora e capra non veniva usato per bere, in quanto era tutto utilizzato per essere caseificato e messo sul mercato. Occorre ricordare che
le campagne di Trequanda sono prossime a Pienza (allora Castelmuzio faceva parte del Comune di Pienza) e moltissime proprietà erano e sono tuttora interessate dalla giurisdizione di entrambi i comuni. Ancora oggi
esistono due caseifici di allevatori che producono in territorio trequandino, usano i pascoli in territorio pientino e commercializzano per lo più a Pienza. Questo solo per poter affermare che é tradizione
storica considerare "cacio di Pienza" la tipologia prodotta su un territorio abbastanza vasto , ma definito. Anche la letteratura odeporica porta conferma a quanto testimoniato da certi documenti. Giorgio
Santi, naturalista e accademico vissuto a cavallo fra il sette e l'ottocento, pientino di nascita, ma vissuto a lungo in Francia e a Pisa dove era titolare di cattedra all'Università, nel suo
documentatissimo "Viaggio al Monte Amiata", nel quale prende in esame tutto il territorio compreso fra le crete sensi, la Val d'Orcia, l'Amiata e la Val di Chiana compreso il Cetona, fa riferimento al Cacio di Pienza ed
alla sua grande bontà, dovuta secondo lui ai pascoli ricchi di erbe aromatiche. Ma se le osservazioni di un accademico pientino possono essere viziate da un po' di campanilismo tipicamente toscano (da escludere in un
uomo scrupoloso fino all'eccesso quale il Santi dimostra essere nelle sue opere), certamente occorre prestare fede all'intellettuale e scrittore austriaco Eugenio Munz che nel libro scritto durante il suo Gran
Tour italiano degli anni trenta (siamo nell'ottocento) si sofferma a lungo su Pienza di cui nota, prima delle bellezze artistiche la buona qualità dei prodotti gastronomici, in particolare la porchetta ed il cacio
in bella evidenza nelle botteghe del corso già allora. Dopo l'Unità d'Italia si interessò moltissimo alle "crete" senesi e alla Val d'Orcia in particolare l'inchiesta Jacini. Il noto ministro commissionò ad un
medico locale, il Dott. Antonio Bottoni, medico, una monografia sul Circondario di Montepulciano (che allora comprendeva anche la Val d'Orcia) che facesse il punto sulle attività economiche locali. Questa relazione
merita una certa attenzione. |
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